













Volete migliorare la vostra postura e avere una muscolatura tonica o una colonna vertebrale più elastica?
Il vostro benessere psicofisico risente dei ritmi frenetici della vita quotidiana o dell’avanzare degli anni?
Ripensate voi stessi!
Il vostro corpo e la vostra interiorità possono trarre enormi benefici dai metodi sviluppati dal danzatore ungherese Juliu Horvath e compresi nel Gyrotonic Expansion System.
Questo speciale sistema di esercizio fisico assembla i principi della danza classica, dello yoga, delle arti marziali, del nuoto e della ginnastica, armonizzandoli in una disciplina che permette al corpo di andare oltre i suoi limiti e di migliorare nel suo complesso.
Il Gyrotonic Expansion System è un’attività ideale per grandi e piccini, danzatori e atleti, amanti del fitness e donne che vogliono recuperare la forma fisica dopo il parto. Ideato negli anni Ottanta del secolo scorso e ormai diffuso nel mondo, il Gyrotonic è molto diffuso anche in Italia e non soltanto nelle grandi città.
Chiunque voglia praticare quest’attività a Caltanissetta o ottenere maggiori informazioni a riguardo può, per esempio, cliccare sul sito internet www.gyrotoniccaltanissetta.it
La giusta attenzione al respiro e alla postura del corpo e la dinamicità multidirezionale dei movimenti, principali caratteristiche di questo metodo, vi permetteranno di riscoprire la vostra dimensione di persone. 






Nel lontano 1923 la Birra Messina muoveva i primi passi di una vita ricca di meriti e riconoscimenti.
La sua lunga storia è stata però travagliata dalle ultime vicende di una crisi deflagrata nel 2007, quando Heineken, titolare dello storico marchio messinese, decide di dire addio alla Sicilia continuando a produrre altrove.
Da allora molte cose sono cambiate e i progetti siciliani, non andati felicemente in porto.
Nel 2011, quando gli operai dello stabilimento messinese perdono il lavoro, tutto suggerirebbe la fine tragica della loro vicenda occupazionale.
Invece si tratta del punto di partenza di una bella storia, fatta di volontà, sacrifici e tenacia.
Una storia che nasce dalla dedizione al lavoro e dal rispetto delle competenze acquisite in tanti anni.
Perché 15 degli operai licenziati nel 2011 hanno deciso di scommettere di nuovo sulla birra creando una cooperativa per continuare a produrla.
Così i metodi e i segreti che i mastri birrai si tramandano di generazione in generazione avranno un futuro grazie a questi dipendenti, che hanno avviato il birrificio con i loro TFR e sforzandosi di trovare nuovi canali di finanziamento.
A questi protagonisti della buona occupazione, che prestano la propria opera in un’isola in ginocchio anche per la mancanza di lavoro, la Regione ha concesso in affitto due capannoni dell’area industriale di Messina, offrendo alcune agevolazioni.
Così, da metà settembre, il Birrificio Messina tornerà nei banconi e negli scaffali con tre esempi produttivi di riscatto: Birra dello Stretto, Doc 15 e cruda Doc 15.
E allora, forza! Perché le storie di crisi e di licenziamenti possono avere un lieto fine anche in Sicilia. 
Le temperature estive non sono amiche di una cucina eccessivamente calorica, così anche il nostro blog offrirà soluzioni fresche per i pasti o i rendez–vous pomeridiani di questi mesi.
Per realizzare il tè tè freddo alla menta occorrono veramente pochissime cose.
Tuttavia un ramoscello di menta fresca è quello che farà la differenza nel rendere il vostro infuso dissetante e profumato.
Di seguito, gli ingredienti:
Non avete tempo di cucinare ma non volete rinunciare alla genuinità e alla prelibatezza della cucina tradizionale siciliana?
Dovete offrire un banchetto e fare ottima figura?
A Caltanissetta, il ristorante Vicolo Duomo nella sostanza non ha mai smesso di esistere, oggi trasformato in una gastronomia d’asporto con possibilità di servizio catering.
Nato circa vent’anni or sono dall’estro di Angela Mendola e Aldo Scarlata, il Vicolo Duomo ha sempre offerto una gastronomia molto legata al territorio, proponendo piatti a base di verdure come finocchietti selvatici e “mazzaredde”, formaggi locali e altro ancora.
Il ristorante (prima ubicato in piazza Garibaldi) è diventato la gastronomia d’asporto che si trova in via Piemonte 10. Grazie all’impegno quotidiano di Angela e Aldo e della figlia, Francesca Scarlata, i fornelli del Vicolo Duomo continuano a proporre una cucina basata sulla rielaborazione di piatti tipici dell’entroterra siciliano realizzati con ingredienti locali.
Non vi va di spendere molto al supermercato?
Le alte temperature e il caldo torrido non stimolano l’appetito?
Questa non è una ricetta vera e propria ma il suggerimento per la preparazione di una frugale cena estiva da realizzare con poche cose (le dosi sono per una persona):

Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi della salumeria al civico 116 di via Principe Belmonte, una delle strade più in di Palermo.
Ventisei metri quadri di pavimento, calpestato da personaggi del jet set come Raimondo Lanza e Susanna Agnelli e figure intramontabili della cultura e dell’arte come Leonardo Sciascia, Renato Guttuso e Maria Callas.
Ma la famiglia Mangia dimostra di avere voce in capitolo in materia di cibo ben prima dell’apertura della salumeria, avviata nel 1943 e preceduta da significative esperienze intraprese a Napoli e a Tripoli.
Oggi il buon nome della famiglia continua ad essere portato avanti da Gigi Mangia, titolare del ristorante nato dalla salumeria nel 1989.
La leggerezza dello stare a tavola e la profondità di una tradizione gastronomica millenaria sono caratteristiche che si possono già avvertire visitando il sito internet (www.gigimangia.com) ma che vale la pena di verificare personalmente.
Gli amanti del vino troveranno trecento etichette in gran parte siciliane, da accompagnare a piatti preparati con cura e maestria.
Proprio per queste competenze, che derivano anche da una storia familiare radicata nel settore alimentare, il ristorante di Gigi Mangia ha ricevuto, nel 2013, il Certificato di Eccellenza da parte di TripAdvisor.
www.gigimangia.com 
Caltanissetta, il torrone e Moni Ovadia. Una relazione inverosimile se non fosse che a Caltanissetta, città del torrone, quest’anno Moni Ovadia abbia svolto l’incarico di direttore artistico del Teatro Margherita, proiettando la nostra provincia nel più vasto circuito culturale nazionale.
C’è però un aspetto che rimane poco noto e che lega in qualche modo Ovadia anche al torrone e cioè il fatto che il celebre attore d’origine ebraico – sefardita nella sua attività di scrittore si sia occupato anche di dolci.
“Il Glicomane” è un libretto di 47 pagine, edito nel 2013 dalla Piccola Biblioteca di Cucina Letteraria targata Slow Food Editore.
Il libro non sembra avere grosse pretese ma è divertente e racconta di una metamorfosi (non a caso Ovadia cita Gregor Samsa, il protagonista del celeberrimo racconto di Franz Kafka). Il Glicomane prende le mosse dal risveglio di Georges Samla, che scopre un bel mattino di trasudare zucchero.
Il protagonista pensa quindi che sia arrivata la sua ora, così come lo credono sua moglie Chantal e i medici che gravitano attorno alla coppia. In maniera del tutto incredibile Georges Samla non è malato e neanche destinato a morire, ma si è semplicemente trasformato in un dolce.
«Mi sono persuaso che i dolci siano una delle pochissime testimonianze e conferme della realtà di un tempo edenico da cui siamo stati espulsi per essere gettati nel travaglio della vita» dirà Samla nel corso del racconto, dando avvio ai suoi ricordi infantili dominati dalla Khalvà, «una sorta di torrone a base di sesamo».
Significativo anche il suo ricordo palermitano legato alla pasticceria svizzero-siciliana Caflisch, considerata da Ovadia la più grande pasticceria di tutti i tempi e di ogni luogo perchè ha coniugato le due grammatiche assolute dell’arte pasticciera, la arabo-turca e la mitteleuropea.
Chiunque voglia cogliere il legame tra cucina e letteratura e approfondire un piatto o una tradizione può approfittare delle chicche narrative di questa collana di Slow Food.
Non leggerete grandi capolavori ma potrete dilatare gli spazi della vostra cucina e della vostra cultura. 
Se Palermo si potesse mangiare avrebbe i sapori e gli aromi delle case nelle ore dei pasti, degli angoli del centro più ricchi di cibo di strada, delle gastronomie di qualità e delle pasticcerie di prestigio.
Immersa in uno scenario tradizionale di cassate, pani c’a meusa (pane con la milza), frutta di martorana, sfincioni e tante altre specialità, ricca di arte, cultura e storia, Palermo è una e mille anche in cucina.
Tra i luoghi più caratteristici dove gustare dell’ottimo cibo tradizionale palermitano, l’Antica Focacceria di San Francesco non vi deluderà.
Nel 1834, il maestro di cucina al servizio dei Principi di Cattolica Salvatore Alaimo riceve in dono la cappella sconsacrata di un antico edificio in centro e vi apre una focacceria. Inizia così il lungo valzer di fragranze, sapori e aromi che porta Alaimo ad inventare la focaccia maritata, con carne di taglio economico alla portata della borsa dei meno abbienti.
Divenuta la tavola siciliana di Giuseppe Garibaldi negli anni del Risorgimento e il principale bersaglio della nobiltà per aver diffuso la pasta ch’i sardi, considerata fino al 1861 pietanza reale, nella sua lunga vita l’Antica Focacceria è luogo d’incontro di artisti, scrittori e intellettuali.
Il logo dell’attività risale al 1901 ed è opera dell’architetto Ernesto Basile e l’attuale denominazione, Antica Focacceria di San Francesco, al 1902.
Le tappe della storia di questo luogo caratteristico sono talmente ricche di avvenimenti significativi che rimandiamo al sito www.anticafocacceria.it per ulteriori informazioni. 
Giovannino racconta la sua lunga strada, dalla povertà contadina all’ingresso nella mafia, un affresco crudo e spietato, difficile da giudicare nella sua interezza.
Pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1988 e ripubblicato nel 2010 da Lussografica, “Uomo di rispetto” è la biografia che un anonimo soldato della mafia narra allo scrittore e giornalista Enzo Russo.
Un racconto che prende le mosse da un’infanzia povera nelle campagne della provincia nissena per approdare in una Palermo dove l’eroina, l’edilizia e il riciclaggio fanno le fortune di un’organizzazione criminale divenuta ancora più sanguinaria e al passo coi tempi.
È la Palermo dei Corleonesi, i feroci artigiani di morte che porteranno la Sicilia nel tunnel delle stragi.
Tradotta in quattordici lingue e ridotta ad un film – tv diretto dal regista Damiano Damiani, la testimonianza raccolta da Enzo Russo si rivela al lettore in tutto il suo realismo.
Nulla è risparmiato, dal primo delitto alle regole ferree di una mafia in evoluzione, dall’amore per una moglie stritolata negli ingranaggi dai quali lo stesso Giovannino riesce a fuggire alle considerazioni amare della fine del racconto, dove non ci si pente di una vita vissuta agli ordini di boss e notabili ma si avvertono tutti i limiti di una condizione anomala e in qualche modo sofferta.
Difficile aggiungere altre parole su un libro che si legge tutto d’un fiato e che rimane coinvolgente ed emozionante, comunque la si pensi. 
Come molte altre specialità della pasticceria siciliana, la cuddrireddra è nata fra le pareti domestiche, dall’estro delle massaie che ne hanno tramandato la ricetta di madre in figlia.
Questa leccornia tipica del Carnevale di Delia (paese in provincia di Caltanissetta) si chiama Cuddrireddra perché ha le sembianze di una piccola corona, impreziosita dalla mescolanza di ingredienti semplici ma caratteristici del territorio in cui viene prodotta.
Si racconta che questa forma la si deve alla volontà di fare omaggio alle castellane della fortezza medievale che sovrastava il paese durante i Vespri siciliani.
La farina di frumento viene impastata con il vino, le uova e lo zucchero e il composto ottenuto viene insaporito dalla cannella e dalle scorze d’arancia, lavorato in forma rotonda e fritto in olio d’oliva di produzione locale.
Maestra nella preparazione di questo dolce divenuto anche Presidio Slow Food è l’azienda Alaimo&Strazzeri, che svolge a Delia la propria attività utilizzando gli antichi metodi adottati dalla civiltà contadina.
Per saperne di più è possibile collegarsi al sito www.lacuddrireddra.com
Diciamo subito che per fare questo gelato occorre il nostro torrone tradizionale o Bloc, perché gli ingredienti che abbiamo utilizzato sono stati abbinati in funzione del torrone.
L’utilizzo di un altro prodotto darà inevitabilmente un risultato diverso.
Aggiungiamo che abbiamo scelto di usare il latte parzialmente scremato al posto del latte intero e della panna per rendere il gelato più leggero e digeribile.
Proprio per questo il gelato è casalingo e anche l’utilizzo del solo albume d’uovo lo rende congeniale a chi non vuole rinunziare al dessert senza appesantirsi troppo.
Per fare il gelato casalingo al torrone Geraci occorre avere una gelatiera (noi ci troviamo bene con la Simac) dove far gelare il composto realizzato con:
Macinate il torrone Geraci in casa con il frullatore o acquistatelo direttamente macinato.
Prendete il torrone Geraci macinato, mettetelo in una casseruola, aggiungete lo zucchero e mescolate il tutto.
Montate a neve l’albume d’uovo e aggiungetelo allo zucchero e al torrone Geraci sempre mescolando, in modo da distribuirlo uniformemente.
Versate infine il latte parzialmente scremato sul composto e mescolate un’altra volta.
Prendete la casseruola e mettetela sul fuoco basso per una decina di minuti, continuando a mescolare.
Spegnete il fuoco, fate raffreddare a temperatura ambiente e mettete in frigo per almeno un paio d’ore.
Trascorso il tempo necessario, mettete il composto nella gelatiera.
Se un giro non dovesse essere sufficiente a far gelare tutto, fate girare il composto una seconda volta.
Quando il gelato sarà pronto, conservatelo nel freezer e ricordate di guarnirlo con una spolverata di granella di torrone Geraci prima di servirlo.

Pubblicato nel 1993 da Camunia, “Gente semplice” è uno dei libri che meglio rappresenta Danilo Dolci, l’intellettuale italiano noto per le sue lotte non violente contro la mafia e in favore dello sviluppo sociale e dei diritti dei lavoratori.
Il libro assembla i racconti delle persone più diverse a sostegno di una cultura fatta di indicatori per saper vivere (pag. 152, “Voci della Scuola di Pace di Boves”) posseduti anche da chi affronta l’esistenza senza libri, con mezzi propri. Parlano il contadino, il fungarolo, la donna che raccoglie le cipolle per vivere, il bambino ma anche gli studenti e le studentesse, gli intellettuali che esprimono grandi concetti semplicemente.
Il libro è un discorso collettivo sulla necessità di comunicare per costruire la pace, scritto con il contributo degli uomini e delle donne che sembrano rimanere ai margini della comunicazione mediatica, depositari e depositarie di quelle culture condannate ben prima del 1993 all’estinzione, schiacciate dalla televisione e da un controllo sociale esercitato attraverso la diffusione capillare di mass media al servizio delle classi dominanti.
Dal libro emerge l’utilità e la dignità di saper leggere anche rocce, alberi, voli, creature, il mare, le nuvole, le stelle. Leggere nel lavoro (Prefazione, pagina V).
E perché no? Leggere il cibo.
Tutto per avviare percorsi di ricerca che nascano dalla comunicazione e non dalla trasmissione di verità preconfezionate senza il coinvolgimento e la partecipazione di tutti gli interessati.
Proprio questa differenza tra comunicare e trasmettere è una delle caratteristiche principali del lavoro sociale ed educativo di Danilo Dolci che ha conquistato, con il suo metodo, il soprannome di Gandhi italiano.
Per saperne di più www.danilodolci.org 
Passeggiare per Roma può essere una buona occasione per gustare le specialità della gelateria artigianale Fatamorgana, nata dall’eclettica esperienza di Maria Agnese Spagnuolo, donna dalle origini pugliesi che trascorre infanzia e adolescenza tra ortaggi, verdure e alberi da frutto.
Proprio questo contatto con la genuinità della terra permette a Maria Agnese di affermarsi nella capitale attraverso il gelato, alimento per il quale nutre fin da piccola un’autentica passione.
E oggi, nella sola Roma la gelateria Fata Morgana ha ben sette punti vendita, uno dei quali a Trastevere.
La storia di questa bella esperienza aziendale inizia con l’acquisto di un manuale sul gelato artigianale italiano in uno dei tanti mercatini dell’usato.
L’allora quattordicenne Maria Agnese trasferisce così la sua passione dal palato alle mani.
La preparazione del gelato per sé e la famiglia non le impedisce però di studiare per fare l’attrice e di andare in giro per l’Italia con la compagnia teatrale.
Nel 2001 Maria Agnese si trasferisce a Roma con il suo compagno, che diventa anche socio negli affari.
Una diagnosi di celiachia la spinge a sperimentare nuovi abbinamenti per ottenere gusti compatibili con l’intolleranza al glutine.
E quando nel 2002 intraprende seriamente il lavoro di gelataia, anche a causa della crisi del teatro, la sua caratteristica non passa inosservata.
Maria Agnese Spagnuolo assembla infatti cinque ingredienti per ogni gusto senza mai usare additivi, addensanti, conservanti, coloranti, paste o preparati di base.
La frutta è sempre di stagione e le spezie non sono mai in polvere, tutte ragioni che le hanno procurato una nomination per la qualità da parte del Gambero Rosso, nel 2005.
Oggi le oltre trecento ricette di Maria Agnese Spagnuolo comprendono gelati al gusto di baklava, mandorla e arancia, pera al gorgonzola e molto altro, consultabile sul sito gelateriafatamorgana.com.
Ma i gelati è meglio mangiarli e ottimi (per noi) sono quelli ai gusti di liquirizia e di basilico, noci e miele.

Cosa c’entra il torrone con un noir ambientato nella Marsiglia delle periferie più povere?
Cosa c’entrano i beur (nati in Francia da genitori arabi) e i rigurgiti fondamentalisti che attecchiscono nelle grandi città occidentali?
Il mondo è investito da un cambiamento epocale e le trasformazioni riguardano tutti gli aspetti della vita, cibo compreso.
Il fatto che la nostra azienda si trovi a vivere in un territorio toccato da questi cambiamenti è forse il motivo che ci ha spinto ad apprezzare le pagine del secondo libro della Trilogia di Jean – Claude Izzo, “Chourmo” (Edizioni e/o).
Il protagonista è Fabio Montale, ex poliziotto dal passato burrascoso, figlio di nabos (emigrati napoletani) e all’apparenza simile a un “Montalbano” francese. Montale si trova a dover sbrogliare l’intricata matassa composta da tre delitti fra loro collegati, che lo porta a mettere il naso negli ambienti mafiosi interessati al porto della città ma anche nella cerchia razzista del Fronte nazionale e nel traffico d’armi degli integralisti islamici.
A far da sfondo a delitti e indagini, le periferie marsigliesi più povere, veri e propri focolai di odio e di violenza dove è possibile perdersi nei traffici illeciti o nella droga.
Le stesse periferie dove si può cadere nelle maglie del terrorismo o evitare una brutta fine entrando a far parte del chourmo.
L’espressione, che in provenzale indica i rematori delle galere, viene ripresa per indicare i gruppi di incontro e di supporto delle band di raggamuffin. Chourmo significa quindi incontrare e frequentare i propri simili come se si fosse «nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme».
Il libro si legge velocemente e trasmette la curiosità di conoscere il resto della Trilogia di Izzo, brillante scrittore francese di origine salernitana morto nel 2000, al quale il noir deve molto. 
Assaggiare il pane di Maurizio Spinello vuol dire entrare in un mondo in cui la natura e la terra hanno ancora un valore. Prodotto con farine di grani antichi siciliani ottenute con la molitura a pietra, fatto lievitare lentamente e cotto nel forno a legna, il pane di Maurizio Spinello mantiene la sua fragranza per più di una settimana.
Ma gli ingredienti principali di questo cibo tanto quotidiano quanto prelibato non sono soltanto le farine di Russello e Tumminia, grani antichi del nisseno coltivati soprattutto tra Villalba e Marianopoli, o la pasta madre.
Dietro al pane di Maurizio Spinello c’è una bella storia nata a Borgo Santa Rita, fatta di sogni e di tenacia per realizzarli proprio a Caltanissetta, un territorio dove le possibilità occupazionali scarseggiano e dove spesso lo scoramento la fa da padrone.
Al Borgo Santa Rita, dove recentemente è stato inaugurato il Micro museo del grano e del pane allestito nel palazzo ottocentesco del barone La Lomia, Maurizio Spinello ha trascorso infanzia e giovinezza con la sua famiglia di contadini e allevatori.
Oggi nel borgo vivono poche persone ma il lavoro e la perseveranza di Maurizio e dei suoi collaboratori lo hanno reso meta di flussi turistici alla scoperta dei tesori del centro Sicilia.
Proprio all’interno del borgo Maurizio ha infatti edificato il suo forno, anteponendo l‘amore per i luoghi delle origini alla prospettiva di lasciare la famiglia per andare alla ricerca di un lavoro incerto, magari in una delle tante fabbriche del Nord Italia.
Da sua madre Maurizio aveva imparato a fare il pane e nel 1999, ottenuta regolare licenza, decide di avviare la propria attività fra mille difficoltà e punti interrogativi.
Oggi il Forno Santa Rita sforna uno dei pani più buoni d’Italia, recensito da riviste importanti e gratificato da diversi premi, fra tutti il “Best in Sicily” assegnato dal portale “Cronache di gusto” alle eccellenze siciliane.
Oltre a fare pane e specialità da forno biologiche, Maurizio Spinello organizza eventi per far conoscere a turisti e autoctoni la bellezza del borgo rurale dove lavora e vive con moglie e figli.
Un piccolo agglomerato di case antiche immerso nella campagna nissena, insieme al lavoro l’ingrediente più prezioso di questo pane così buono.
Per saperne di più “Forno Santa Rita” è su Facebook. 
È conosciuto soprattutto per Don Giovanni in Sicilia e Paolo il caldo ma Vitaliano Brancati vanta una produzione letteraria molto più complessa.
E tra le città siciliane dipinte dalla sua penna non manca Caltanissetta, che emerge dalle pagine memorabili del racconto La noia nel ‘937.
Domenico Vannantò, l’annoiato uomo di trent’anni che «capita a Caltanissetta» offre a Brancati l’occasione per abbandonarsi a una serie di suggestioni sul clima che regna nella città di quegli anni.
Vannantò «s’era fermato a Caltanissetta perché aveva subito intuito che qui la noia toccherebbe un punto che altrove non aveva mai sfiorato.
La cittadina di pietra gialla, sospesa su una squallida pianura; l’albergo affacciato sulla piccola stazione da cui trenini affaticati gettavano ogni tanto uno stridulo grido; i portoni chiusi di prima sera, ai piedi dei quali i cani roteavano su se stessi cercando di mordersi la coda; le nuvole che passavano di gran corsa, cacciate da un vento che non aveva tregua; la statua del Redentore in cima a un colle su cui piovevano gli sguardi dei carcerati dalle finestrine di un casamento livido; le fabbriche di chitarre ai piedi di vecchie chiese; il mantello del federale zoppo nella nebbia del tramonto; gli avvocati che gesticolavano davanti al portone di casa, mentre sul loro capo, stesa a un filo tra balcone e balcone, la loro camicia gesticolava anch’essa; le conferenze sull’impero, le paoline… cosa gli mancava per portare la noia al grado dell’esultanza?»
Il pezzo è tratto dalle Opere di Vitaliano Brancati, a c. di Angelo Guglielmi, 1974, Milano, Bompiani.
Così lo scrittore di Pachino vive la città in cui trascorre il 1937 e l’anno successivo, insegnando all’Istituto Magistrale “IX maggio” e frequentando la cerchia di intellettuali che a Caltanissetta animava la vita culturale.
Una “piccola Atene” (espressione coniata da Leonardo Sciascia per descrivere il clima culturale di quegli anni) che permette di sottrarsi alla cappa di grigio e di noia che avvolge la provincia nissena in cui, abbandonate le simpatie iniziali per il fascismo, Brancati frequenta figure del calibro di Pompeo Colajanni e Leonardo Sciascia. Oltre che bello da leggere, il racconto stimola il lettore a riflettere sugli angusti confini della provincia (nissena e non), tappa obbligata per riconoscere quelli che oggi sono i pochi spazi aperti di una città moderna e libera che, nonostante l’impressione generale, pure esiste. 
La moda delle serate dedicate al cibo etnico continua ad incalzare anche stimolata dai grandi eventi che hanno portato, in questi anni, le cucine del mondo ad incontrarsi, come il Salone del Gusto di Torino o Expo di Milano.
Sui piatti etnici si può improvvisare un aperitivo deciso quasi all’ultimo momento o una serata alla quale dare un tocco particolare creando un’atmosfera esotica. La ricetta del Plov (o riso alla frutta secca) che abbiamo sperimentato e che proponiamo in questa rubrica viene dall’Azerbaijan ed è tratta da www.ilgastronomade.it (ricetta alla quale abbiamo apportato qualche piccola modifica “casalinga”).
Il Gastronomade è Vittorio Castellani, giornalista freelance che si è formato nel crogiolo interetnico di Londra, Parigi, Berlino e Amsterdam e facendo esperienze umane e professionali in giro per il mondo. Autore di numerose pubblicazioni, Castellani cura eventi e progetti dedicati al cibo ed è noto al pubblico anche per la rubrica “Il piatto etnico” sul Venerdì del quotidiano La Repubblica.
L’Azerbaijan si trova nella regione del Caucaso e la sua cucina unisce le tradizioni turche a quelle dell’Asia centrale.
Il Plov che vi proponiamo è un piatto rappresentativo della cucina azera che si prepara con i seguenti ingredienti: