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Jean–Claude Izzo, Chourmo

Jean-Claude Izzo, Chourmo, il blog di Marcella, Torronificio M. Geraci, CaltanissettaCosa c’entra il torrone con un noir ambientato nella Marsiglia delle periferie più povere? Cosa c’entrano i beur (nati in Francia da genitori arabi) e i rigurgiti fondamentalisti che attecchiscono nelle grandi città occidentali? Il mondo è investito da un cambiamento epocale e le trasformazioni riguardano tutti gli aspetti della vita, cibo compreso. Il fatto che la nostra azienda si trovi a vivere in un territorio toccato da questi cambiamenti è forse il motivo che ci ha spinto ad apprezzare le pagine del secondo libro della Trilogia di Jean – Claude Izzo, “Chourmo” (Edizioni e/o). Il protagonista è Fabio Montale, ex poliziotto dal passato burrascoso, figlio di nabos (emigrati napoletani) e all’apparenza simile a un “Montalbano” francese. Montale si trova a dover sbrogliare l’intricata matassa composta da tre delitti fra loro collegati, che lo porta a mettere il naso negli ambienti mafiosi interessati al porto della città ma anche nella cerchia razzista del Fronte nazionale e nel traffico d’armi degli integralisti islamici. A far da sfondo a delitti e indagini, le periferie marsigliesi più povere, veri e propri focolai di odio e di violenza dove è possibile perdersi nei traffici illeciti o nella droga. Le stesse periferie dove si può cadere nelle maglie del terrorismo o evitare una brutta fine entrando a far parte del chourmo. L’espressione, che in provenzale indica i rematori delle galere, viene ripresa per indicare i gruppi di incontro e di supporto delle band di raggamuffin. Chourmo significa quindi incontrare e frequentare i propri simili come se si fosse «nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme». Il libro si legge velocemente e trasmette la curiosità di conoscere il resto della Trilogia di Izzo, brillante scrittore francese di origine salernitana morto nel 2000, al quale il noir deve molto.
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Il clafoutis

La ricetta del Clafoutis, il blog di Marcella, Torronificio M. Geraci, CaltanissettaLa ricetta del Clafoutis, il blog di Marcella, Torronificio M. Geraci, CaltanissettaIl clafoutis è un dolce di origine francese, cotto in forno. La ricetta tradizionale prevede che sia realizzato con le ciliegie ma esistono varianti che prevedono l’utilizzo di mele, prugne, fragole o altra frutta di stagione. La ricetta proposta dalla nostra rubrica si atterrà alla tradizione, anche perché giugno è il mese delle ciliegie. Apporteremo però qualche piccola modifica sostituendo il brandy o il kirsch con il rhum e lo zucchero semolato con quello integrale di canna. Per fare questa versione meno dolce del clafoutis alle ciliegie occorrono:
  • burro e zucchero integrale di canna per cospargere la teglia;grammi 500 di ciliegie
  • tre uova
  • grammi 100 di zucchero integrale di canna (abbiamo usato quello proveniente da agricoltura biologica
  • dell’Ecuador);
  • grammi 90 di farina
  • un pizzico di sale
  • 200 ml di latte parzialmente scremato
  • un tocco leggero di rhum
  • zucchero a velo per spolverizzare.
Togliete il gambo alle ciliegie, lavatele, asciugatele e privatele del nocciolo. La ricetta del Clafoutis, il blog di Marcella, Torronificio M. Geraci, CaltanissettaPrendete una teglia da forno rotonda dal bordo basso, imburratela bene e cospargetela di zucchero di canna fino ad ottenere un risultato omogeneo. Mettete i rossi d’uovo in una terrina e aggiungete i cento grammi di zucchero, mescolando. A parte, con la frusta elettrica montate gli albumi a neve e aggiungeteli ai rossi, mescolando fino ad ottenere un composto spumoso dal volume doppio rispetto a quello iniziale, magari usando di nuovo la frusta. Aggiungete un pizzico di sale e setacciate la farina, mescolandola al composto. Sempre mescolando, aggiungete il latte e il rhum e fate in modo che tutti gli ingredienti siano ben amalgamati. A questo punto, disponete le ciliegie sulla teglia da forno imburrata e zuccherata e versate loro sopra la pastella preparata precedentemente. Portate la temperatura del forno a 180° e infornate per almeno 50 minuti. A fine cottura, estraete il clafoutis dal forno e spolverizzatelo con lo zucchero al velo.
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Maurizio Spinello ed il Forno Santa Rita

Maurizio Spinello, Forno Santa Rita, il blog di marcella, Torronificio M. Geraci, CaltanissettaMaurizio Spinello, Forno Santa Rita, il blog di marcella, Torronificio M. Geraci, CaltanissettaAssaggiare il pane di Maurizio Spinello vuol dire entrare in un mondo in cui la natura e la terra hanno ancora un valore. Prodotto con farine di grani antichi siciliani ottenute con la molitura a pietra, fatto lievitare lentamente e cotto nel forno a legna, il pane di Maurizio Spinello mantiene la sua fragranza per più di una settimana. Ma gli ingredienti principali di questo cibo tanto quotidiano quanto prelibato non sono soltanto le farine di Russello e Tumminia, grani antichi del nisseno coltivati soprattutto tra Villalba e Marianopoli, o la pasta madre. Dietro al pane di Maurizio Spinello c’è una bella storia nata a Borgo Santa Rita, fatta di sogni e di tenacia per realizzarli proprio a Caltanissetta, un territorio dove le possibilità occupazionali scarseggiano e dove spesso lo scoramento la fa da padrone. Al Borgo Santa Rita, dove recentemente è stato inaugurato il Micro museo del grano e del pane allestito nel palazzo ottocentesco del barone La Lomia, Maurizio Spinello ha trascorso infanzia e giovinezza con la sua famiglia di contadini e allevatori. Oggi nel borgo vivono poche persone ma il lavoro e la perseveranza di Maurizio e dei suoi collaboratori lo hanno reso meta di flussi turistici alla scoperta dei tesori del centro Sicilia. Borgo Santa Rita, Maurizio Spinello, il blog di Marcella, Torronificio M. Geraci, CaltanissettaProprio all’interno del borgo Maurizio ha infatti edificato il suo forno, anteponendo l‘amore per i luoghi delle origini alla prospettiva di lasciare la famiglia per andare alla ricerca di un lavoro incerto, magari in una delle tante fabbriche del Nord Italia. Da sua madre Maurizio aveva imparato a fare il pane e nel 1999, ottenuta regolare licenza, decide di avviare la propria attività fra mille difficoltà e punti interrogativi. Oggi il Forno Santa Rita sforna uno dei pani più buoni d’Italia, recensito da riviste importanti e gratificato da diversi premi, fra tutti il “Best in Sicily” assegnato dal portale “Cronache di gusto” alle eccellenze siciliane. Oltre a fare pane e specialità da forno biologiche, Maurizio Spinello organizza eventi per far conoscere a turisti e autoctoni la bellezza del borgo rurale dove lavora e vive con moglie e figli. Un piccolo agglomerato di case antiche immerso nella campagna nissena, insieme al lavoro l’ingrediente più prezioso di questo pane così buono. Per saperne di più “Forno Santa Rita” è su Facebook.
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Vitaliano Brancati, La noia nel 937

Il blog di Marcella, Vitaliano Brancati, Torronificio M. Geraci, CaltanissettaIl blog di Marcella, Vitaliano Brancati, Torronificio M. Geraci, CaltanissettaÈ conosciuto soprattutto per Don Giovanni in Sicilia e Paolo il caldo ma Vitaliano Brancati vanta una produzione letteraria molto più complessa. E tra le città siciliane dipinte dalla sua penna non manca Caltanissetta, che emerge dalle pagine memorabili del racconto La noia nel ‘937. Domenico Vannantò, l’annoiato uomo di trent’anni che «capita a Caltanissetta» offre a Brancati l’occasione per abbandonarsi a una serie di suggestioni sul clima che regna nella città di quegli anni. Vannantò «s’era fermato a Caltanissetta perché aveva subito intuito che qui la noia toccherebbe un punto che altrove non aveva mai sfiorato. La cittadina di pietra gialla, sospesa su una squallida pianura; l’albergo affacciato sulla piccola stazione da cui trenini affaticati gettavano ogni tanto uno stridulo grido; i portoni chiusi di prima sera, ai piedi dei quali i cani roteavano su se stessi cercando di mordersi la coda; le nuvole che passavano di gran corsa, cacciate da un vento che non aveva tregua; la statua del Redentore in cima a un colle su cui piovevano gli sguardi dei carcerati dalle finestrine di un casamento livido; le fabbriche di chitarre ai piedi di vecchie chiese; il mantello del federale zoppo nella nebbia del tramonto; gli avvocati che gesticolavano davanti al portone di casa, mentre sul loro capo, stesa a un filo tra balcone e balcone, la loro camicia gesticolava anch’essa; le conferenze sull’impero, le paoline… cosa gli mancava per portare la noia al grado dell’esultanza?» Il pezzo è tratto dalle Opere di Vitaliano Brancati, a c. di Angelo Guglielmi, 1974, Milano, Bompiani. Così lo scrittore di Pachino vive la città in cui trascorre il 1937 e l’anno successivo, insegnando all’Istituto Magistrale “IX maggio” e frequentando la cerchia di intellettuali che a Caltanissetta animava la vita culturale. Una “piccola Atene” (espressione coniata da Leonardo Sciascia per descrivere il clima culturale di quegli anni) che permette di sottrarsi alla cappa di grigio e di noia che avvolge la provincia nissena in cui, abbandonate le simpatie iniziali per il fascismo, Brancati frequenta figure del calibro di Pompeo Colajanni e Leonardo Sciascia. Oltre che bello da leggere, il racconto stimola il lettore a riflettere sugli angusti confini della provincia (nissena e non), tappa obbligata per riconoscere quelli che oggi sono i pochi spazi aperti di una città moderna e libera che, nonostante l’impressione generale, pure esiste.
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Dolce Sicilia

La copertina di Dolce Sicilia, Torronificio GeraciLa copertina di Dolce Sicilia, Torronificio GeraciUn libro fotografico è l’ideale per raccontare l’eccellenza dolciaria siciliana, soprattutto se vincitore della Sezione Italia del Gourmand World Cookbook Award nel 2012. Il volume si intitola “Dolce Sicilia” ed è il risultato del lavoro del fotografo Giò Martorana e del giornalista Marco Ghiotto, due cognomi che calzano a pennello con le vicende narrate nelle 176 pagine del libro, edito da Electa. Denso di illustrazioni e storie, il volume racconta un’eredità agroalimentare che nasce dalla biodiversità del territorio e dalla grande inventiva degli artigiani siciliani. Ogni prodotto è una storia e un paesaggio, insomma il pezzo di un’isola mai uguale a sé stessa come fosse uno scrigno pieno di tesori nascosti. Nel libro ci siamo anche noi, tra fichi d’india, mandorle, pistacchi, ceramiche pregiate e informazioni utili sulla Sicilia delle produzioni artigianali d’eccellenza. “Dolce Sicilia” è anche un bel regalo agli intenditori di fotografia, magari accompagnato da qualche prelibatezza nostrana per dare forma e gusto alla nostra bellissima isola. Dolce Sicilia 2Dolce Sicilia 1
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Il torrone di Caltanissetta diventa prodotto tradizionale

torrone tipico tradizionale siciliano Geraci
torrone tipico tradizionale siciliano Geraci
Il torrone tipico tradizionale siciliano M. Geraci

Il torrone siciliano di Caltanissetta diventa prodotto agroalimentare tradizionale, Certificazione nella Gazzetta Ufficiale, numero 142 del 20 giugno 2012

Fondamentale l’azione del Torronificio Geraci

Successo per la gastronomia siciliana: il torrone siciliano di Caltanissetta diventa prodotto agroalimentare tradizionale. La certificazione è arrivata nella Gazzetta Ufficiale, numero 142 del 20 giugno 2012. Nel giornale, la tipologia “Paste fresche e prodotti della panetteria, della biscotteria, della pasticceria e della confetteria” presenta il torrone siciliano di Caltanissetta (detto anche turruni) al numero 184. Tale revisione presenta anche una relazione completa, con materie prime e sistemi di produzione. A presentarla, una coalizione composta dal Torronificio Geraci, dall’Assessorato Regionale delle Risorse Agricole e Alimentari del Dipartimento Regionale degli Interventi Strutturali per l’Agricoltura. L’istanza è stata accolta dal Ministero delle Politiche Agricole e forestali, che ha così certificato la natura particolare del dolce siciliano. Tra i più soddisfatti, il Torronificio Geraci, in attività dal 1870 e tra le eccellenze alimentari locali, tanto da ricevere il premio di Unioncamere per “Italia 150. Le radici del futuro”. Spiega la rappresentante legale, Giuliana Geraci: “Siamo molto orgogliosi di avere arricchito l’elenco nazionale con il dolce tradizionale di Caltanissetta. Ringraziamo i dirigenti dell’Assessorato Regionale che hanno curato la pratica ed auspichiamo che la presenza del torrone siciliano di Caltanissetta nell’elenco elargisca il giusto riconoscimento al contributo che Caltanissetta ha apportato nella storia della pasticceria e del lavoro del nostro Paese”. [Fonte: Newsfood.com]